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Nell’ottica del marketing esperienziale, dell’emotional–business, del consumo bulimico di arti visive dell’epoca web, manca la relazione tra il corpo, i sensi, le cose, i materiali e i linguaggi plurimi che danno forma a concetti in bilico tra natura e artificio. Shakespeare osservò che << niente è bello o brutto, ma è il pensiero che lo rende tale>>, tutto nel corso del tempo perpetua la memoria. Valentina De’ Mathà, classe 1981, abruzzese d’origine e nomade per vocazione, dopo un periodo di vita trascorso a Roma dove si è nutrita di classicismi si è trasferita in Svizzera dove vive e lavora. A Milano, dopo la mostra collettiva Fame di Terra tenuta da Amy-d – Arte Spazio, in cui ha presentato un’installazione ecosostenibile dal titolo L’uomo che Piantava gli Alberi, si ripresenta nella stessa galleria con un progetto diverso che ripercorre le tappe più significative della sua ricerca artistica e presenta per lo più opere inedite, scelte con la collaborazione di Annamaria D’Ambrosio, curatrice della mostra, psicologa lacaniana e autentica talent scout di artisti emergenti. Questi lavori dall’identità apparentemente instabile raccolti sotto il titolo emblematico Relationship, condotti nell’ambito della figurazione, dell’astrazione geometrica e del rigore concettuale, all’insegna della libertà esplorativa di sperimentare discipline differenti senza rincorrere uno stile o un codice riconoscibile, qui divengono un’installazione site-specific, altro da sé. Ogni singola opera è un “attore” in cerca di spettatore, che inscena un dialogo surreale sul valore dell’intreccio, della relazione, dello scambio tra l’essere e il nulla e delle dinamiche complesse tra l’io e l’altro, come presupposto per fare arte: una polifonia di linguaggi. La natura proteiforme dell’autrice s’imprime in soluzioni formali e progetti neo-concettuali dai codici diversi: basta un rapido sguardo alla varietà delle opere esposte per capire quanto, ordine e disordine, casualità e costruzione, geometria e istinto, simmetria e instabilità siano gli opposti sui quali verte la sua ricerca artistica, paradossalmente contraddittoria come le sue opere dai diversi codici formali: in talune è figurativa, come in alcuni acquerelli e disegni e in altre risulta più astratta-geometrica.
Tutte le sue opere sono impregnate di vissuti, di relazioni che sono il frutto di repentini cambiamenti e di istintivi approcci ad esperienze molteplici, di approdi a tecniche e linguaggi tradizionali, come il disegno, la pittura e la scultura o immateriali, come la fotografia e il video. L’autrice in bilico tra organico e virtuale, negli ultimi anni ha concentrato la sua ricerca sulla simbiosi tra natura e movimento, sull’ineluttabilità della trasformazione delle cose e sul processo di cambiamento della materia, anche se in alcune scultore di forme geometriche tende a solidità ancora tutte da esplorare. Di sé dice: << Mi interessa il momento creativo, è uno scambio alla pari, una simbiosi tra quello che la materia può offrirmi e, di ricambio, quello che io posso offrire ad essa>> . Il cambiamento accade perché non può fare altro. E il nodo di tutta la mostra sta qui: nella materia come summa del fare, trama d’incontri e mezzo di scambio e intreccio di relazioni possibili: l’arte è pensiero non didascalia. Attualmente affianca alla pittura di matrice post-espressionista, una ricerca più volumetrica –scultorea, quasi minimalista in seguito al suo trasferimento in Svizzera.
Per De’ Mathà, non c’è un prima o un dopo: tutto accade nell’attimo in cui si guarda le sue opere o le installazioni in cui astrazione e istinto convivono in un alchemico equilibrio da “toccare” con gli occhi. Il fil-rouge in questa personale non cronologica ma tematica è la relazione delle opere con lo spazio e lo spettatore, incentrata sull’importanza delle materia come conduttore di energia vitale. Tra i suoi materiali preferiti c’è la carta, come erano i 308 fragili corpi aggrappati al muro, ispirati alle vittime del terremoto dell’Aquila (2009), realizzati per l’installazione intitolata Silenzio, esposta alla 53° Biennale di Venezia nel Padiglione Italiano. La carta come simbolo di vulnerabilità della vita; carta di cotone bianca o quella Nepalese, con la quale ha dato forma a sinuosità di corpi femminili, simili a drappeggi d’impatto scultoreo che evocano le statue classiche. Ricorrenti nella sua ricerca sono i nodi, i lacci e gli intrecci: tutti simboli in rapporto al gesto dello sciogliere e del legare. Il senso dei suoi lavori sta nell’intreccio di opere diverse che ha sia la funzione di tenere insieme, sia quella di allontanare, mentre nel gesto dello strappo o dello sbriciolamento di materiali cartacei adagiati in ordine sparso sul pavimento, rimanda alla tensione di liberazione dell’istinto, di rompere ciò che prima si è faticosamente costruito.
Sculture di carta e stoffa, protuberanze materiche che sembrano eruttare dal muro bianco, liberando un’energia recondita, sulla natura ambigua ed effimera di noi e delle cose. Materiali solidi o leggeri, trasversali, destinati a molteplici variazioni, quintessenze della sua ricerca artistica, in bilico tra tensione spirituale e desiderio di infinito, mentre nella tensione di liberazione dalle forme chiuse, ci riconduce alla fisicità dell’esserci, ancorandoci ai materiali stessi, come ready- made della realtà.
In questa dialettica degli opposti, la sintesi siamo noi che guardiamo cose fatte “fittiziamente ad arte”, come facticius, (feticcio che in portoghese significa miracolo).
L’io corpo–mente è determinante per “sognare” o tendere ad un modello ideale di smaterializzazione di sé nella pienezza corporea. Organico e inorganico sono inscindibili dall’arte, come la vita intessuta di sentimenti, di scelte, di cose, intrecci che sono una parte integrante dell’individuo e rappresentano il mondo come potenzialità in atto di processi di cambiamento.
De’ Mathà si pone come obiettivo di abitare le opere che produce permeate di sensazioni e dubbi che si fanno corpo- habitus nel senso maussiano e come poi ripreso da Foucault e da Bourdieu .
I sensi sono parametri cognitivi del mondo e ancor più oggi, nell’epoca transgenica, della modernità liquida, diventano l’abito mentale, l’intreccio con la fisicità in cui il corpo si riscopre unità percettiva, mettendosi in relazione con l’ambiente, la società e gli altri. L’oggettivazione di processi di cambiamento, di cose che restano ma che potrebbero cambiare essenza a seconda di dove e come le si inscena, è fondamentale soprattutto nell’epoca del sex- appeal dell’inorganico all’insegna del “timore e tremore” dell’annullamento dell’io fisico nello spazio immateriale, estendibile. Materia e sensi rivendicano fisicità necessarie, rappresentandosi nel sentire il corpo, soggettivamente e sensorialmente nella concretezza di trovarsi e relazionarsi con altri. Le opere di De’ Mathà contestualizzano, localizzano relazioni possibili, ambigue e transitorie come i nostri pensieri tra noi, le cose e le azioni, come cause ed effetto che determinano conseguenze imprevedibili.

Jacqueline Ceresoli

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