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“La mia ricerca è basata sull’interazione fra uomo, natura e mutamento, nonché sul principio di causa-effetto e sulla dialettica tra la mia azione sulla materia e la reazione della materia ai miei input, lasciando però ampio margine ad una percentuale di meccanismi non deterministici e possibilità tipici della fisica quantistica.

Esamino il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso; di conseguenza esploro le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.”

Valentina De’ Mathà

 

Ho conosciuto Valentina De’ Mathà per caso, passeggiando in centro ad Avezzano, cittadina abruzzese in cui ho vissuto per diciotto anni, mentre parlavo degli intrecci.
Delle volte sono così puntuali e inequivocabili gli incontri che accadono in un determinato istante, che innescano delle vere e proprie reazioni inspiegabili, come se certe connessioni siano lì ferme e impercettibili in attesa di essere messe in moto.
Io vivo a Roma da dieci anni ormai.
Valentina vive in Svizzera con suo marito da diversi anni.
Entrambe ci siamo incontrate durante il periodo dell’anno in cui, generalmente, si sta con la famiglia e si torna un po’ indietro nel tempo per riscoprire e riassaporare un mondo di origini che hanno contribuito alla costruzione del nostro presente e di quello che comunque sarà un pilastro per il nostro futuro… è come entrare da una porta minuscola in un mondo pieno di ricordi, profumi e suoni che incastrano il presente ad un passato a volte quasi dimenticato.
L’intreccio tra me e Valentina è avvenuto così. E davanti ai nostri caffè abbiamo scoperto tantissimi pensieri e sensazioni reciproche che mi hanno portato a volerne parlare.

 

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E’ proprio l’intreccio il filone centrale di “ENTANGLEMENT”, la nuova serie di lavori di Valentina De’ Mathà, già esposti a Milano e a Miami, che sarà possibile ammirare a marzo anche a New York.
Entanglement come non-separabilità, come intreccio. Si tratta di un fenomeno della fisica quantistica che coinvolge due o più particelle subatomiche che si condizionano e comunicano a distanza.

 

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Tutto è connesso e inseparabile, tutto è in correlazione come al momento del Big Bang, tutto si sta ancora toccando.
Tutto ciò che esiste è composto da particelle subatomiche e da questo legame con il tutto scaturisce l’entanglement umano che dà luogo alla nostra quotidianità e alle proprie relazioni interpersonali.
Le opere di Valentina De’ Mathà raccontano proprio questa intensità di emozioni e connessioni materiche, da lei definiti come dei “Cordoni ombelicali” creati intrecciando delle carte emulsionate “dipinte” in camera oscura attraverso dei procedimenti chimici. Si tratta di veri e propri tasselli perfettamente combacianti che poi sono stati incastrati e cuciti tra loro per dare luogo a degli arazzi che diventano delle meravigliose opere d’arte in cui sono racchiuse Pittura, Fotografia, Scultura e Tessitura.

 

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– “Le tue opere sono un concentrato di emozioni, di conoscenza minuziosa di tecnica e della consistenza materica vera e propria dei materiali che usi per realizzarle. Sono sicuramente frutto di relazioni tra corpo mente e anima. Ma esattamente quando crei la tua opera d’arte? Quando scegli che debba venir fuori con quei determinati colori e che debba dare luogo a quelle determinate forme? Come avviene la creazione di ogni tuo lavoro? Quando inizia e quando finisce, se finisce, la tua creazione?”

-“Esistono le 4 stagioni:
C’è la stagione delle idee, dell’entusiasmo, delle visioni, quella della progettazione, dell’analisi, del coraggio, delle aspettative, quella del lavoro, della realizzazione, della concretezza, della sorpresa e quella della contemplazione, del riposo, della sedimentazione, della consapevolezza e rigenerazione.
Anche se a volte si confondono e sovrappongono o vengono vissute tutte contemporaneamente in un unico frammento di tempo.
Non c’è un momento giusto per creare, ogni momento è quello giusto.
Io lavoro tutti i giorni, tutto il giorno.
Un’opera è completa quando è lei a dirtelo, uno dei compiti dell’artista è anche quello di saper leggere questo messaggio.
Van Gogh disse: “Le emozioni sono talvolta così forti che le pennellate si susseguono senza fine.”
A volte è necessario sapersi gestire senza però spegnere l’entusiasmo.”

 

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-“Le tue opere di “EPIPHANY” sono sempre state realizzate in camera oscura. Sono lavori pieni di luci e colori, ricchi di movimenti e sfumature ambivalenti che trovo molto musicali, anche se probabilmente è un termine poco adatto, ma a me danno questo senso di musicalità e sogno insieme. Ma tu in camera oscura, senza luci e senza rumori, che rapporto hai con i tuoi cinque sensi e con la materia con cui stai lavorando in quel momento?”

 

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-“Sono una persona molto tattile e olfattiva, quando sviluppo pellicole fotografiche ho le mani in una sacca nera, agisco attraverso il tatto, sto attenta a compiere i giusti movimenti.
Lo faccio a occhi chiusi, taglio gli angoli del negativo, lo avvolgo…. mi lascio coinvolgere dall’odore della chimica.
È lo stesso quando “dipingo” con i chimici, ovviamente in questo caso la vista è fondamentale e l’odore delle sostanze chimiche non è molto piacevole, infatti mi proteggo sempre meticolosamente con mascherine e guanti.
In realtà do molta importanza alla musicalità delle cose, crea forme, pesi e proporzioni, dà una metrica alla quotidianità.
Quando lavoro ho sempre musica nelle orecchie, ascolto brani molto variegati che influenzano in qualche modo il mio umore e di conseguenza, probabilmente, la mia visione sul lavoro che sto realizzando in quel momento.
Ogni opera ha una sua “colonna sonora”, così come ogni libro per me ha un suo odore.
Le “Epiphany” narrano paesaggi fantastici, a volte bruciati dalla luce, déjà vu, visioni oniriche, flashback, appunto epifanie, ma sono anche delle porte aperte su dei cantucci della mente.”

 

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– “A proposito dei cinque sensi, mi viene in mente il progetto per la tua personale al Museo d’Arte di Lugano, ispirato a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez e basato sull’Entropia e sul ciclo della vita. Su questa lunghissima tavolata hai posizionato del cibo, dei fiori , delle verdure e frutta e dei piatti pieni di terra e di semi.
L’esposizione consisteva nel permettere al pubblico di osservare per due mesi i mutamenti di ciò che era sulla tavola: mentre il cibo marciva e i fiori appassivano, dalla terra germogliavano i semi. Hai fatto incontrare a tavola la vita e la morte insieme, come in un eterno dialogo silenzioso. Anche
l’entropia è un concetto legato alla scienza. Ti ha mai spaventato legare concetti così scientifici all’arte e alle tue emozioni? Questi concetti legati alla meccanica ti hanno mai frenata e/o condizionata pensando a quello che sarebbe stato il risultato finale di un tuo lavoro? Perché?”

-“Mi avvalgo della scienza come spunto “filosofico”: tutto è materia, tutto è in continua evoluzione, tutto è connesso con il Tutto, la coscienza è immortale, e questa è la quotidianità, è una delle realtà imprescindibili della vita.
Io parlo di ciò che tocca il nostro stare al mondo, lo faccio con gli occhi di un’artista, racconto la mia realtà ricollegando spesse volte eventi della vita a fatti scientifici.”

 

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-“Guardando i tuoi profili sui social network non è difficile intuire il forte legame tra la materia e il tuo corpo. Si vede chiaramente dalle tue foto che hai bisogno di sperimentare, di sporcarti con quella stessa materia con cui plasmi i tuoi lavori e di creare un percorso tangibile che probabilmente fa parte anch’esso della stessa opera d’arte nella sua propria forma. Ti capita mai di riguardare queste foto a opera ultimata? Se si cosa provi mentre ti guardi?”

 

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-“Amo molto la fotografia, è un mezzo fenomenale che mi permette di fermare ciò che reputo importante.
Ho iniziato a scattare all’età di undici anni, affamata di attimi, e da allora vivo in simbiosi con la macchina fotografica, ho cassetti interi di pellicole fotografiche e tera di scatti digitali.
Tra questi ho molte immagini di me mentre lavoro e mi capita di riguardarle nel tempo e riscoprire l’energia e tensione che hanno caratterizzato quel preciso momento.
A volte da lì nascono nuove idee.
Per me sono punti che delineano un racconto.
Sono molto fisica, mi piace sporcarmi le mani, camminare a piedi nudi, annusare le cose.
Eccetto quando cucio, in genere quando lavoro non lo faccio mai seduta o al muro, su un cavalletto, o su un tavolo, ma a terra.
Si ha un impatto più fisico con la materia, c’è una tensione muscolare diversa, posso camminarci intorno ripetutamente, sopra, a piedi nudi, sentirne la consistenza, guardarla da diversi punti di vista, sentirmi più dinamica.
Le immagini che posto sui miei social network parlano spesso di questo.
Non sono semplici ritratti di una ragazza, per me ognuna di esse ha un’importanza che va oltre la “bella foto”.
Anche le immagini che sembrano apparentemente fine a se stesse, in realtà per me hanno un messaggio ben definito, che siano foto di pagine di un libro, tazze di tè, il mio studio, i miei lavori, i miei appunti o i miei piedi macchiati d’ inchiostro, o semplicemente me stessa.
Ogni elemento che mi circonda prende parte, in qualche modo, di un percorso atto alla realizzazione delle mie opere, e io, spesso, ne rendo pubblica una parte attraverso le fotografie.”

 

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-“C’è sempre un’evoluzione nelle tue opere che restano comunque legate ad un filo conduttore che è un qualcosa che le identifica immediatamente in un’appartenenza alla tua personalità artistica.
Questo cammino rappresentato dalla tua arte in cosa andrà a sfociare nei tuoi prossimi lavori, sempre se possiamo già parlarne?”

-“Ho lavorato tutto il 2015 quasi solo esclusivamente sugli arazzi (Entanglement) e sicuramente continuerò a dare ancora il giusto tempo all’evoluzione di questa tipologia di lavoro, scoprendo passo passo in che modo continuerà a sorprendermi.
Parallelamente sto lavorando alla realizzazione di nuovi progetti. In questo periodo sto studiando nuovi materiali e ho intenzione di ampliare gli “intrecci” su cui si basa la mia ricerca, coinvolgendo altri artisti non necessariamente visivi.”

 

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Valentina De’ Mathà nasce nel 1981 ad Avezzano, Italia. Vive e lavora in Svizzera.
Ha all’attivo numerose esposizioni internazionali tra gli Stati Uniti d’America, l’Europa e la Svizzera, tra queste ricordiamo la 54a Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, Padiglione Italia; “Entropia”, presso il Museo d’Arte di Lugano; recentemente è entrata a far parte della prestigiosa collezione d’arte “Imago Mundi – Luciano Benetton Collection” e ha esposto presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e la Fondazione Giorgio Cini (Venezia).

Mary A. Chiarilli

 

“Intrecci e attimi: Valentina De’ Mathà”

 

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