Torna, dopo una lunga pausa, l’appuntamento di Art Rehab con le interviste. Stavolta abbiamo raggiunto Valentina De’ Mathà, artista abruzzese che dopo una parentesi romana ha scelto la Svizzera come luogo in cui coltivare la sua ricerca. Dalla scultura alla fotografia, dal video all’installazione passando per la pittura, il linguaggio di Valentina De’ Mathà è articolato e complesso. Il nostro incontro a distanza aiuta a comprenderlo meglio.

Chi è Valentina De’ Mathà? Dove e quando è nata? E ora dove si trova?
Sono nata ad Avezzano, in provincia di L’Aquila nel 1981 ed ho vissuto a Roma, Trastevere,  fino ad un paio di anni fa. Ora abito in Svizzera.

Qual è stata la tua formazione e come ti sei avvicinata all’arte?
Quello che mi ha sempre affascinata è il momento creativo, la creazione delle cose, il fare, spesse volte tralasciando il risultato finale. Sicuramente il mio primo approccio è stato più tattile e olfattivo che visivo. Sono sempre stata attratta e assolutamente sedotta dai colori e dai loro odori, dalla possibilità di plasmare la materia… Ho cominciato a dipingere e a modellare le mie prime figure con l’argilla all’età di 5 anni e da allora non ho più smesso. A 11 anni invece ho cominciato con la fotografia. Ho iniziato l’ISA studiando “Moda e Costume” e continuando con l’indirizzo “Metalli e Oreficeria”, poi ho proseguito i miei studi sulla moda presso l’Università La Sapienza di Roma frequentando il corso di “Scienze della Moda e Costume”. Nel mentre ho approfondito  la scultura, la fotografia, ho studiato sceneggiatura cinematografica, incisione… Ho frequentato anche un corso per curatrici di mostre con Ludovico Pratesi e a Roma sono stata per un breve periodo assistente di un artista molto importante al quale mi avvicinai per il suo modo di usare i colori, ma poi la mia ricerca artistica mi ha portata a seguire un percorso molto diverso.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? Chi i tuoi maestri?
Lavoro sulla materia che prende forma da sé, sulla trasformazione delle cose, l’eterno mutamento, il dinamismo della metamorfosi , sui processi, su quel che sta nel mezzo, su ciò che è e sta divenendo, sui pieni e i vuoti della vita: metafore delle relazioni interpersonali. Creo tensioni, dissonanze in cui cerco di far coincidere esteriorità e interiorità, contrazione ed espansione in bilico tra la forma e l’informe. Lavoro sulla nascita e la gestazione dei pensieri, che si evolvono come schemi frattali che a volte si spezzano e prendono direzioni diverse, altre volte si avvitano su se stessi, altre volte ancora sfuggono da loro stessi nello spazio.

Quali sensazioni vuoi comunicare attraverso le tue opere?
Tarkovskij diceva che il compito dell’Arte  è quello di spiegare a se stessi e a chi ci sta intorno perchè vive l’uomo, qual è il significato della sua esistenza, o, se non di spiegarlo, quantomeno di porre loro delle domande. La funzione dell’arte consiste nell’idea della Conoscenza, dove la percezione si esprime nella forma dello svolgimento, della catarsi. Questo è quello che vorrei comunicare, vorrei che le persone si ponessero delle domande e trovassero delle risposte dentro se stessi. Nel ‘74 Marina Abramovic fece una performance (Rhythm 0) durata 6 ore in cui poneva su un tavolo 72 oggetti che lo spettatore poteva usare su di lei: rose, miele, catene, una pistola… Lei non forniva risposte, offriva solo se stessa, ognuno era libero di esprimersi attraverso un oggetto. Attraverso il suo lavoro lei fornisce la libertà di leggere le sue opere, di interagire, di riscoprirsi. Fornisce alcuni elementi, una probabile chiave di lettura per farti decidere chi sei. Lei non costringe e non giudica, fornisce solo la libertà di essere se stessi. È geniale.

La tua produzione spazia dalla pittura alla scultura, dal disegno all’installazione passando per il video. In che modo tutti questi generi si compenetrano? E quale di essi ritieni sia più adatto a veicolare la tua espressione?
Parto sempre da un progetto, un concetto, poi cerco semplicemetne di realizzarlo attraverso il media più adatto. Cerco di non crearmi limiti o rimanere circoscritta in una sola tecnica o media.

 

A seconda della tipologia, quanto tempo impieghi per progettare e realizzare una delle tue opere? Dipende dal progetto. La parte progettuale è spesso più lunga rispetto alla concreta realizzazione dell’opera. A volte ci sono dei percorsi che cominciano in un modo e poi cambiano radicalmente durante lo svolgimento. Ci sono progetti-concetti su cui ho lavorato per anni e che poi sono stati realizzati in poche settimane. Non amo particolarmente i progetti che richiedono manualmente tempi troppo lunghi. Preferisco un’arte pensata a lungo ma fatta velocemente. In questo periodo sto lavorando ad un’installazione basata sulla teoria del filosofo e psicanalista francese Jacques Lacan sulla Béance. Parla della mancanza che si crea nella vita di ogni persona dopo la nascita e il distacco dal cordone ombelicale…. L’installazione è interamente fatta con carte emulsionate e il lavoro è stato piuttosto lungo, anche perchè una parte  presenta degli intrecci molto elaborati.

I tuoi lavori giocano con la forma. Il tempo e il movimento plasmano la materia (specie nei video) e non a caso dichiari di prediligere l’uso di materiali inclini al mutamento, come la carta e l’acqua. Da cosa deriva questo indirizzo artistico?

Lavoro con l’acqua in generale perchè è fonte di vita ed energia pura nella sua imprevedibilità e quasi unicamente con la carta perchè è organica, perchè è un materiale che subisce le trasformazioni del tempo, come l’uomo.  Quando dipingo so quello che voglio ottenere dall’inchiostro e in che modo, ma l’acqua lo rende imprevedibile in una certa percentuale. Così è la vita… Anche nelle carte fotografiche lavoro sullo stesso principio: Intervengo su di esse con sovrapposizioni di acidi. So quello che voglio ottenere, ma c’è sempre una parte che non riesco a controllare e che mi affascina. Una fotografia ottenuta proprio con questo processo è Milleu, fra le dieci finaliste del Premio Terna 2009 sezione Gigawatt.

Il corpo ricorre spesso nelle tue opere ma appare sempre in tensione, tormentato, spesso sfaldato nelle forme. Che significato gli attribuisci?
Sono stati d’animo,  lunghe gestazioni, come dicevo prima, la nascita e la gestazione dei pensieri, le piu grandi emozioni si vivono nella pancia e questi corpi sono solo la conseguenza di questi stati emotivi.

Dall’Abruzzo alla Svizzera. Questo spostamento è dipeso da esigenze artistiche? A parte la parentesi di Art Basel, qual è la situazione dell’arte contemporanea lì?

Negli ultimi anni ho abitato nel cuore di Roma, avevo un appartamento al terzo piano su Piazza Santa Maria in Trastevere. È stato uno dei periodi più belli della mia vita. Roma ha arricchito profondamente la mia vita e la mia arte, ma c’è stato un momento in cui ho sentito il bisogno di allontanarmi immediatamente da essa. È una città piena di tutto e così stava diventando anche la mia arte, così piena di tutto da lasciarmi il vuoto, la mancanza di qualcosa. Mi sono resa conto che, per quanto fortemente sentita, la mia arte si stava soffermando troppo in superficie, stava diventando troppo carica e pesante. Un discorso troppo pieno di parole, quando sarebbe bastata una sola frase per esprimerlo. Avevo deciso di trasferirmi a Berlino ma, all’ultimo momento, 10 giorni prima della partenza, ho scelto la Svizzera. Qui la mia vita è cambiata completamente, ogni cosa, dall’oggi al domani è diventata l’opposto di ciò che era. I tempi si sono dilatati, mi sono spogliata di tante cose che erano diventate troppe, si sono sciolti molti nodi e ho sentito il bisogno di cambiare il mio equilibrio, di spostarlo. Ho sentito fortemente il bisogno di leggerezza e questo ha influito sul mio percorso artistico. Ho iniziato a camminare diversamente, ad incanalare meglio le energie e gli obiettivi, a fare una ricerca sul bianco, sull’essenza più vera. Ho ripreso la scultura, cosa che non facevo più da anni perchè richiedeva troppa pazienza per me che volevo solo correre, ho cominciato a studiare incisione, a indirizzare la mia ossessione per la fotografia ad un discorso artistico e ho cominciato a sperimentare una nuova tecnica con sovrapposizione di acidi su carta emulsionata. Purtroppo le difficoltà economiche e politiche dell’Italia non sono un mistero per nessuno, quindi ho creduto che rimanere sarebbe stato troppo costrittivo. Ho base in Svizzera, ma i centri dell’arte rimangono sempre Londra, New York, e, ormai, Pechino. L’Art Basel rimane sempre la fiera più prestigiosa del mondo e nella Svizzera tedesca e francese ci sono gallerie molto importanti

Ritieni che sia dato sufficiente spazio agli artisti nei canali istituzionali? Come ritieni che si possano superare i limiti dell’arte ufficiale?
Sto leggendo un libro davvero illuminante che risponderebbe a queste domande in maniera più esauriente rispetto a me. Non parla dell’arte italiana o svizzera, ma del vero Sistema dell’Arte in generale. Il libro si intitola “Lo squalo da 12 milioni di dollari” di Donald Thompson, edito da Mondadori.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e progetti?
Sto lavorando ad un libro fatto interamente a mano ed edito da Josef Weiss edizioni di Mendrisio – Svizzera (www.josefweissedizioni.com ). È un’edizione limitata che presenta su ogni volume un’opera originale e una parte scritta da me e stampata in piombo a caratteri mobili. In più il 12 maggio inauguro “THE BERLIN WALL”, una collettiva presso la Promenade Gallery (www.thepromenadegallery.org) dove presenterò due opere fotografiche, una rappresentante un elicottero che trasporta un albero e un’altra con due fasce parallele sospese in aria.

29 aprile 2010
http://www.artrehab.net/2010/04/vis-a-vis-23-valentina-de-matha/#more-2474

 

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