Terra: responsabilità collettiva

 

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Si crede che una mostra sia progettata e presentata avendo unicamente come scopo degli interessi culturali, artistici ed estetici. Allo sguardo del pubblico si presentano allora carrellate e serie di lavori della produzione recente di un artista, oppure un insieme di opere scelte per una sua possibile revisione storico-antologica o, altrimenti nel caso di giovani artisti, si cerca l’affermazione, a volte esasperata, della voce di una nuova generazione di talenti. Nel caso di una collettiva si riunisce un coacervo di personalità differenti e disparate (se non disperate!) con le scuse più svariate e, talora, davvero assurdamente pretestuose. Tralasciamo poi, per decenza, da tale novero tutte quelle circostanze che hanno il sapore di mere e semplici operazioni mercantilistiche che, per questa vile ragione, non meritano alcuna considerazione e, credo, nemmeno l’appellativo di mostra. Non possiamo considerare quindi una mostra – il cui apparato anche se ridotto ai minimi termini deve mantenere un minimo di scientificità e dovere intellettuale – quelle speculazioni che cercano solo l’arricchimento nella soddisfazione di un esibizionismo modaiolo. Di chi espone e di compra.
Una mostra, esibendo un linguaggio – ma anche più linguaggi la volta – che è variamente codificato come quello dell’arte, deve avere un impegno, in ogni ordine e grado. Deve incidere sulla visione, offrire spunti e riflessioni, aprire o soddisfare interrogazioni. Deve essere motivo di indagine e di conoscenza che porti ad una consapevolezza maggiore lo sguardo, ora edotto, dell’osservatore. La contemplazione delle opere, con la loro iconicità rappresentativa e rappresentante, lascia accedere ad un livello superiore di arricchimento interiore. Questa ricchezza cognitiva e conoscitiva diventa la rivelazione del potere forte delle immagini e il loro essere tramite comunicativo. Sono le opere, e per questo le mostre che ne sono il contenitore e l’occasione, ad incidere sull’animo di chi le partecipa e le vive. Ogni occasione espositiva deve implicare, in chi la organizza e in chi espone, tanto quanto in chi le supporta criticamente, un grande fattore di responsabilità. Una responsabilità tanto importante quanto trascurata nella prassi attuale.
Anche i musei – lasciamo volutamente fuori dal discorso le gallerie private – ormai propongono mostre blockbuster finalizzate solo a questioni di immagine e di budget. Mostre da copertina che portano il museo ad abdicare al suo ruolo determinante nella vera promozione culturale e scientifica. La macchina complessa dell’insieme opere-mostra, per funzionare, deve tornare ad essere intesa come una palesamento su un contenuto preciso, inatteso magari, per il pubblico. La mostra deve lasciare, per un tempo prolungato ben oltre la sua durata, qualcosa di permanente. Un segno tangibile su chi ne ha seguito e compreso il percorso.
Fame di terra, progetto personalmente studiato e creato dalla generosa dedizione e dalla grande sensibilità di Anna D’Ambrosio, diventa un caso espositivo che ha le caratteristiche cui vorremmo sempre vedere visitando ogni mostra perché orientando l’attenzione, già fin dal titolo, su un tema-contenuto preciso e chiaro, inopinabile, ci guida ad un’attenzione inderogabile. Fame di terra ha un intento rigoroso che è nobile motivo per discutere su questioni di stringente attualità. Un’attualità che diventa non speculazione intellettiva, ma urgenza sociale e collettiva cui l’arte può adempiere grazie all’immediatezza comunicativa e assertiva delle proprie immagini. Come dicevamo le opere parlano, più di ogni elaborazione testuale o verbale.
Introdurre una mostra di questo tipo – come ben rileva Ilaria Bignotti nel suo intenso testo a seguire in cui si dedica specificatamente alle poetiche dei singoli artisti – non pare essere affatto cosa semplice. Non è semplice proprio per l’impegno e la valenza socio-culturale che questo progetto implica. Diviene un atto di responsabilità riuscire a tracciare, a parole, la nobiltà degli intenti programmatici che questa esposizione sottintende ed evidenzia nel peculiare percorso espositivo.
Fame di terra nasce come possibilità di riflessione su un tema socio-economico attualissimo: si è voluto capire ed evidenziare come, negli imperscrutabili disegni del sistema economico mondiale, la terra (nel senso agro-economico) stia ritornando ad essere oggetto di nuove speculazioni colonialiste. Colonialismo più subdolamente spietato di quello ormai consegnato agli annali della storia. Oggi la terra è un bene in via di accaparramento da parte di vecchie e nuove potenze che, ipocritamente, acquistano infinite e sbalorditive quantità di terreni lontani dai propri confini nazionali, per arroccarsi poi il diritto di sfruttamento di questi suoli per i propri fini. Ad uso e vantaggio esclusivo della propria popolazione, emarginando ed escludendo quelle locali che, di questi, ne avrebbero naturalmente diritto. Avere terra significa poter disporre di risorse per il proprio popolo e la possibilità di esercitare un controllo sugli altri. Una fame futura sfamata con la fame attuale di terra. Un meccanismo in atto da tempo. Questa è un’acquisizione legalmente debita ma che, alla lunga, inciderà negativamente sulle dinamiche demo-economiche dei paesi coinvolti.
Il colonialismo selvaggio, che nelle epoche passate si era generato dalla società occidentale legittimando uno sfruttamento per una presunta e supposta superiorità culturale, morale e tecnologica, diventa oggi pratica allargata e globalizzata in ogni latitudine e da diversi sistemi di governo e nazioni. Senza distinzioni, senza sconti.
Ecco allora che, per indurre un livello maggiore di sensibilità su questo tema, sono stati selezionati un gruppo di artisti diversi per esperienze, linguaggi e visioni, ma tutti accomunati dall’aver posto, in tempi non sospetti e quindi rendendo autentica e vera la loro dichiarazione, al centro delle loro opere la natura e la terra come elementi originanti. Da questo assunto di partenza si comprende come la mostra viene costruita su presupposti precisi e coerenti, non forzosi e faticosi nel delineare e declinare opere adattate e costrette nella circostanza dal tema. La verità espressa dalla loro voce si fa allora testimonianza e messaggio valido, attendibile e credibile. Chi le osserva può accedere ad autonomi spunti di riflessione e suggestione, senza avere lo sguardo costretto sull’inattendibilità di scelte obbligate. Le opere, nella loro autonomia, aprono accessi a territori opportuni perché frutto della consapevole considerazione di una ricerca che ha già svolto e dato esiti su temi pertinenti il soggetto vasto della natura e di cui la terra rimane oggetto cardine, risolto nel suo rapporto con l’uomo.
Fame di terra è allora una grande scommessa lanciata al pubblico, alla sua sensibilità e al suo grado di giudizio e all’affinità elettiva che saprà accogliere la visione proiettata dalle opere di questi bravi e sensibili artisti. Questa mostra diventa esempio significativo e, direi senza ipocrisie, coraggioso che rilancia all’arte il suo potere comunicativo, coinvolgente e trascinante, rivendicandole il pieno diritto di parlare oltre i confini abituali e stereotipate del proprio settore. L’arte, per l’universalità del suo comunicare, ri-torna, in questa circostanza, al suo compito di sensibilizzazione della collettività. Ri-torna al suo ruolo sociale.
Affrontare un tema di questo tipo potrebbe, come detto, risolversi nella retorica della circostanza, ma la mostra si pone ed ha dei doveri e assume ruoli e compiti ben precisi: non si vuole in alcun modo persuadere il visitatore-spettatore forzosamente e, concetto da ribadire con forza, deve essere intesa come il solito manifesto pseudo ecologista e alla moda. Qui si rincorrono valori reali, preoccupazioni e paure, pensieri e ipotesi, che scaturiscono dall’impegnata intuizione degli artisti e dalla pertinenza delle loro poetiche. Parlare di terra oggi deve diventare una problematica intesa e considerata come un fatto accertato che non deve precludere, anzi deve implicare, una responsabilità collettiva. Responsabilità che si produce da una particolare individualizzazione della comprensione della situazione e, legandosi ad altre sopraggiunte, diviene condivisione collettivamente estesa e simmetrica. Uguale per tutte le persone, specifica per ciascuna di esse per sentimento e sentire.
Tornare alla terra significa ritrovare un equilibrio orizzontale tra il ritmo e le dinamiche dell’uomo contemporaneo e i valori e le armonie naturali, che sono stati soppiantati nella contemporaneità dall’artificialità del nostro progresso. Gli interventi degli artisti, ciascuno con la sua peculiare e individuale voce, apre uno spazio di riflessione e indagine unico. Bisogna rendere consapevole lo sguardo e stare ad ascoltare la visione che queste opere ci suggeriscono singolarmente e nella totalità del loro complesso, di cui la mostra resta fedele trasposizione.
Dobbiamo superare e vincere in maniera coesa e senza distinzioni la fame di terra che sta serpeggiando nei cinque continenti. La terra, pare ovvietà rimarcare questo concetto, rimane il nostro bene in assoluto più prezioso, da lei deriva tutto quello che abbiamo. Un bene che non deve essere consumato, trascurato o, peggio, esaurito. Da lei deriviamo noi stessi.
Quanto tempo ci resta per riuscire ad essere consapevoli di questo processo che, tenuto scientemente silente per questioni politiche dai potenti, pare essere irreversibile? Quanto tempo ci resta prima che la nostra consapevolezza di uomini semplici si spenga in un inutile quanto tardivo tentativo di intervento? Oggi quando le tensioni sembrano già emergere in tutta la loro drammatica urgenza. Deve riflettere il pubblico, deve comprendere prima che sia tardi, anche attraverso queste opere, che la fame di terra non può, nè deve, essere taciuta a lungo.
Torniamo allora al merito della mostra: qui si dimostra e testimonia un problema che affligge l’oggi e al dovere che ci attende, fatto che le opere degli artisti testimoniano, svelando le potenzialità versatili dell’arte e restituendole la sua efficace forza persuasiva. Per questo un dovere di coscienza prima ancora che di conoscenza.

Matteo Galbiati
Maggio 2012

 

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