Fame

Se ho voglia, è soltanto
di terra e di pietre.
Il mio pranzo è sempre aria,
roccia, carbone, ferro.

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Scrivere un testo che analizzi criticamente la ricerca di nove artisti contemporanei, dai linguaggi diversi, dalle esperienze anche lontane, provenienti da paesi e culture distanti, riuniti in una mostra che fin dal titolo è disperatamente attuale, Fame di terra, implica diversi rischi: innanzitutto, quello di indirizzare l’analisi dal punto di vista socio-politico, interpretando così ciascuna opera esposta quale manifesto ideologico. Oppure, e al contempo, quello di rinunciare alla specificità dei vari lavori, leggendoli come un unicum teso alla esplicazione del tema espositivo, senza mettere in luce la peculiarità dei singoli linguaggi.
Per questo motivo c’è Arthur Rimbaud in apertura, e scorrerà durante lo svolgersi del testo: laddove il tema è dichiarato e necessario, acutamente contemporaneo, come anche l’indirizzo della galleria, il dovere di chi scrive è sottolineare il livello estetico e semantico delle opere selezionate, riconoscerne sinestesie e metafore.
Da questa analisi, anche l’etica del progetto sarà rafforzata.
Se un’opera d’arte è tale, essa sempre rivolge problemi e pone domande; non è accomodante e non è decorativa.

Fame di terra: materia pura e fertile alla quale tornare, in una ricerca che riparte dagli elementi naturali, da ciò che compone l’instabile suolo sul quale calchiamo i nostri corpi, le nostre esistenze e sussistenze.
Terra come materiali naturali ma anche artificiali che i nove artisti sanno scegliere, intrecciare, mettere in relazione, alla ricerca di una diversa alchimia che permetta loro di dire, mediante l’opera, il legame con il luogo in cui sono nati e cresciuti, naturale e antropizzato, violentato e sfruttato, abbandonato e salvato in extremis grazie alla speranza e alla volontà che nutre e s’annida nella loro ricerca artistica.

Eredi delle camminate della Land Art, provano il dissolvimento dell’oggetto artistico con azioni e materiali destinati a mettere a repentaglio le regole codificate dell’arte, a non durare in modo permanente e in forma stabile.
Fanno dell’opera un processo, e al contempo un monito-monumento: una denuncia.
Credono ancora all’opera come dato messo drammaticamente al mondo, come presenza che ci chiama a scegliere attraverso il guardare.
Nel grande murales di Federico Unia, che invade lo spazio esterno della galleria, l’ironia è graffiante sberleffo gettato in faccia ad un’umanità ancora scimmiesca, sorda e cieca che diligentemente spazza via i propri rifiuti, nascondendoli con idiota leggerezza sotto un manto erboso.
Benvenuti,  dice Il più furbo di Federico Unia, guardandoci dritto negli occhi attraverso lo sguardo sbieco e ottuso del primate che persevera nella messa in ordine del dramma futuro, immagine a noi consegnata quale biglietto d’ingresso.
Le metamorfosi di Emanuele Magri, raccolte nella serie Botanico robotizzato, sono alchimie di ingegneria genetica  complici di un processo “digerente” che dall’uomo va alla terra e da questa riparte: con una iconografia pop-surrealista, Magri assembla e con-fonde immagini umane e vegetali, animali e meccaniche, creando bucrani del XXI secolo, fitomorfi cadavres exquis passati sul tavolo anatomico e sotto i ferri della sua stridente pittura.

….
Girate, mie fami. Brucate
il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
delle campanule.

Questi artisti credono alla terra, la loro necessità di ricerca li spinge a tornarvi: non bloccano il ciclo delle cose, ma lo rincorrono famelici, lo attendono speranzosi, nel trascorrere lento, e incontrollabile, della vita che scorre nelle loro opere, nei materiali scelti, mettendo a repentaglio anche la stabilità di quelli artificiali attraverso il contatto con quelli naturali.
Così è nell’opera di Lisa Van Bommel, tedesca trasferitasi in Olanda, nell’opera Fallen into nothingness: le due grandi foglie di aloe diventano le sponde di un telaio, accolgono l’incessante movimento dei fili colorati che tracciano tessiture lievi come le relazioni tra uomo e natura.
La pianta dell’aloe, dai poteri benefici sull’uomo, è strumento e despota di un ricamo vitale.
Il fuso era lo strumento con il quale le tre Parche tessevano le nostre vite. Le loro decisioni erano immutabili: nel mito l’uomo mascherava la paura per la natura.
Lisa Van Bommel rimette in scena il rimosso: il mito torna natura. L’uomo torna alla grande madre .
Così anche Alberto Gianfreda: non so se i due artisti si conoscevano, prima di questo incontro, ma certo è che le loro due opere dialogano.
Assi di legno grezzo o riutilizzato e tessuti sono i materiali della grande scultura Ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà che si impone nello spazio, chiedendo, come le morali delle favole alle quali allude il titolo, un rispetto riverente, e al contempo invitando a superare la barriera del divieto di non toccare il fuso. L’opera ci chiede di meditare, anche a costo di pungerci – di pungere le nostre coscienze – sul tema sociale del lavoro analizzandone illusioni ,crisi e pericoli .
Le sculture di Gianfreda mettono da sempre in luce tensioni spaziali, sfidano le leggi della gravità, fanno dialogare materiali diversi e spesso recuperati, in un gioco spietato che esaspera gli equilibri e le strutture delle opere, metafora del nostro incosciente sfidare la capacità di rigenerarsi della terra e delle sue energie.
….
Mangiate i ciottoli infranti,
le vecchie pietre di chiesa;
i sassi dei vecchi diluvi,
pani sparsi nelle valli grigie.
Arthur Rimbaud.

Nidi e culle di un segreto sapere, di una lotta eterna, sono le forme cui rimanda l’opera The Eternal Struggle di Cyryl Zakrezewsky, giovane artista polacco che nell’abbraccio di legno e resina affastella i pezzi del gioco degli scacchi, alfieri, torre regine e re, ammassati nello scacco matto della natura che li stringe in un abbraccio ribelle. Attraverso gli elementi che compongono l’opera, il giovane artista chiama in causa quella mossa del cavallo che Viktor Sklovskij definì strategia perfetta, azione laterale che scarta e obliquamente sorprende il lettore, l’avversario, lo spettatore; ma in Cyryl è anche la freschezza del linguaggio di un giovane artista che ammassa pezzi di un gioco nel cavo resinoso di un albero, nascondendo e svelando al contempo il tesoro, rivendicando la possibilità di creare, ancora, a partire dalla negazione di tutte le regole diligentemente apprese.
Daniele Salvalai, altro scultore presente in mostra, indaga sulle forme in natura e sulle forme create dall’uomo, misura del corpo e quella della terra: terra refrattaria, ferro saldato, legno, corde e chiodi sono i materiali dei suoi Cocoons, installazione che attraverso una forte espressione di violenza, manifesta i gesti di una civiltà aborigeno-primitiva.
I “bozzoli” di grillotalpa hanno il cuore trafitto da lunghi pali di legno, a testimoniare quella crudeltà inflitta ad un animale dannoso per le colture.
“Abitare” la natura-terra e confrontarsi quotidianamente con essa e con l’uomo è una sfida incessante . A intraprenderla sono questi piccoli animali che si trovano a lottare per la sopravvivenza.
Raffinatissima è la metafora di The origin of things -01 China con la quale Ren Ri, cinese, riesce a parlare della propria terra, del lavoro e della operosità del proprio popolo, ma anche delle barriere che questo ancora tende e non riesce ad abbattere. La dolcezza e la perfezione del materiale utilizzato e lavorato da Ren Ri, i favi delle api, stride con l’intensa drammaticità del messaggio lanciato che al problema delle nuove colonizzazioni unisce la questione della cultura di una civiltà millenaria carica di contraddizioni. Il pattern, nel muto e diverso ripetersi delle forme, contribuisce a creare nel pubblico un senso di ipnotica tensione e attrazione verso l’immagine-denuncia.
Diversamente ma con un’analoga forza ammaliante è il lavoro di Antonio Piga, lavoro minuzioso che rimanda al viaggio e all’identità primordiale. L’artista di origine sarda  ricama a suon di colpi chirurgicamente sottili il supporto, cercando l’emergere di Paesaggi che sono corpi, di terre che sono epidermidi, di colline che sono seni e gambe mollemente stesi, primi uomini e prime donne di un mondo appena (ri)sorto, complice il fare dell’artista che, manualmente, ripercorre la tradizione elaborando il proprio futuro.

In ciascuno di questi linguaggi, è allora racchiusa la possibilità di un ritrovamento della relazione tra uomo e spazio, attraverso la riappropriazione della terra – ciascun opera vuole impossessarsi nuovamente dello spazio, quello fisico e psicologico, prenderne-esserne parte.
Valentina De’ Mathà ci racconta una storia: quella de L’uomo che piantava gli alberi, traendo ispirazione dall’omonimo racconto di Jean Giono. I nidi di carta cotone nei quali adagia i semi di fagiolo, innaffiandoli quotidianamente fino a vederne la trasformazione in piante, vengono infine decontestualizzati e ambientati in un bosco: l’opera processuale diventa parabola della simbiosi tra Uomo-Natura e Mutamento, i tre punti fondamentali sui quali si fonda la ricerca artistica di De’ Mathà, animata da uno sconfinato gesto di amore verso la Madre Terra, con dedizione e costanza assolute rivolta alle risorse e alle future generazioni che Essa accoglierà.
Un gesto d’amore che diventa processo creativo.
In tempi di crisi, di minaccia globale, di colonizzazione selvaggia, i nove artisti tornano alla terra, in essa creando.

Ilaria Bignotti

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