From its beginnings, Valentina De’ Mathà’s research has investigated the dynamic and unstable relationships

between man and nature, through the perspective of mutation, inquiring into the laws of cause and

effect which govern the fluctuations between these two poles and their metamorphosis.

In this installation presented at the Limonaia di Villa Saroli, the artist once again focuses her attention

on nature, borrowing its materials: earth, fruit, wine, water, and bread, are neatly arranged onto plates

in a meticulously thought-out composition which delivers highly effective relationships of form, light and

colour, capable of transporting the observer into a state of secluded contemplation and, at the same time,

generating a synesthesia involving the various perceptive areas, relating senses of smell, touch and vision.

It is a table of the senses, therefore, where the notions of caducity and transience suggested by the decay

of the fruit are blended with the concept of rebirth offered by the fragile shoots which inhabit the plates.

Built on binary associations, between life and death, the beginning and the end, but principally on the

metamorphosis of the elements and the eternal dance of entropic disorder, this work suggests an awareness

of the processes which are fundamental to us all.

Almost a counterpart to the “still life” genre, De’ Mathà’s nature is alive, expressing the sense of life,

respect for nature’s cycles and its temporality, the total acceptance of the eternal wheel of life and death.

The dichotomy between “food” and “nourishment”, alimentation and nutrition, body and soul, is investigated

here with an attentive and disturbing look, and a reference to Lucretius who, in his De rerum natura

exorcised the fear of death through a reference to a culinary image: “Those about to die”, Lucretius explains,

“must think like a guest who is sated when the banquet ends: if life has been full of joy, then you

can retreat from it like a guest who is full and happy after a rich banquet; while if life was marked by pain

and sadness, there can be no sense in hoping for it to continue, dragging oneself through new sufferings”.

This is an invitation to a lavish banquet of nourishment, more than simply food: we nourish ourselves with

symbols and meanings, passions and emotions, transforming them into the joy of living, which is then

donated once again to mother earth who feeds us with her fruits.

As Ludwig Feuerbach said:“We are what we eat”, but more importantly, we are what we nourish ourselves

with, and what we nourish the world with.

Maria Savarese

 

La ricerca di Valentina De’ Mathà sin dagli esordi indaga i rapporti dinamici e instabili dell’uomo e della

natura nella prospettiva del mutamento, andando a ricercare quelle leggi di causa ed effetto che regolano

le oscillazioni e le metamorfosi di questi due poli.

In quest’installazione presentata alla Limonaia di Villa Saroli, l’artista ancora una volta focalizza la sua

attenzione sulla natura, chiedendone in prestito i materiali: terra, frutta, vino, acqua, pane, ben disposti

nei piatti di cui studia meticolosamente la disposizione, caratterizzata da rapporti di forme, luce e colore.

Riesce così a condurre lo spettatore in uno stato di raccolta contemplazione, producendo al tempo stesso

una condizione sinestetica fra i diversi ambiti percettivi, quello olfattivo, tattile e visivo.

Una tavola dei sensi, dunque, dove i concetti di caducità e transitorietà legati alla marcescenza dei frutti,

si fondono al concetto di rinascita rievocato dai fragili germogli che abitano i piatti.

Costruita su gruppi binari, fra la vita e la morte, l’inizio e la fine, ma soprattutto sulla metamorfosi degli

elementi e l’eterna danza del disordine entropico, quest’opera ci riavvicina ai processi che ci sono fondamentali.

Quasi un contraltare al genere della “natura morta”, quella della De’ Mathà è una “natura viva” che

esprime il senso della vita, il rispetto per la temporalità naturale e i suoi cicli, l’accettazione totale dell’eterna

ruota della vita e della morte.

La dicotomia tra “alimento” e “nutrimento”, alimentazione e nutrizione, corpo e anima viene qui indagata

con sguardo attento e perturbante e un rimando alle parole di Lucrezio che nel De rerum natura esorcizzava

la paura della morte con un’immagine culinaria: “Chi si accinge a morire – spiega Lucrezio – deve

ragionare come un convitato sazio quando finisce il banchetto: se la vita trascorsa é stata colma di gioia,

allora ci si può ritirare da essa come un convitato sazio e felice dopo un lauto banchetto; se, al contrario,

é stata segnata da dolori e tristezze, non ha senso desiderare che essa prosegua, trascinandosi tra nuove

sofferenze”.

Un invito a un lauto banchetto del nutrimento più che dell’alimento, quindi: ci nutriamo di simboli e di

significati, di passioni ed emozioni, trasformandoli in gioia di vivere, che poi viene ridonata a madre terra

che ci ha alimentati con i suoi frutti.

Perché come sosteneva Ludwig Feuerbach:“Siamo ciò che mangiamo”, ma soprattutto siamo ciò di cui ci

nutriamo, e ciò di cui nutriamo il mondo.

Maria Savarese

17052013 15:55

17052013 15:55

 

go back