Loom Gallery accoglie – fino al 16 gennaio – la personale di Valentina De’ Mathà, artista di origine italiana che vive e lavora in Svizzera. Entanglement richiama l’attenzione sull’esistenza umana, sulla vita che scorre tra connessioni e incontri; abbiamo scelto di affidare alle parole dell’artista il racconto di questa esposizione.

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VALENTINA DE’ MATHÀ (photo © Roger Weiss)

 

YOG: Partiamo dal titolo, per la tua ultima mostra accolta alla Loom Gallery di Milano, hai preso in prestito un termine dalla fisica quantistica: Entanglement.
Ci vuoi raccontare come mai?
VDM: Entanglement significa non-separabilità, intreccio, è un fenomeno che coinvolge due o più particelle subatomiche o “entità”, che si condizionano e comunicano a distanza.
Le particelle sono correlate, tutto è connesso e inseparabile, non esistono sistemi isolati.
L’umanità stessa è composta da particelle, quindi l’entanglement umano è naturale e questo legame, scaturisce la nostra quotidianità e le nostre relazioni interpersonali.
Credo nelle connessioni, negli incontri, nell’unione con il Tutto, nella costante trasformazione della materia, nell’immortalità della coscienza e questa consapevolezza mi affascina e stimola moltissimo.
Il progetto è incentrato su degli arazzi in carta emulsionata su cui intervengo pittoricamente in camera oscura attraverso procedimenti chimici e sintetizza il mio percorso artistico degli ultimi 7 anni racchiudendo in ogni singola opera, la pittura, la tessitura, la fotografia e la scultura.
Queste opere simboleggiano in qualche modo una frammentazione, scomposizione e ricomposizione della natura.
Sono sempre stata una persona molto dinamica, veloce, attraverso questo lavoro ho riscoperto l’importanza della ritualità, della dilatazione del tempo, l’importanza di scegliere come impiegarlo. È un lavoro molto femminile, mi riporta a quando ero bambina e cucivo con mia nonna, è un ritorno alle origini, alla famiglia, al tenere insieme le cose.
Ogni arazzo richiede anche mesi di lavorazione, e nelle opere di formato medio grande, utilizzo anche fino a 200 metri di carta.
È un lavoro molto lungo, di pazienza, intrecciare e cucire diventa come un mantra, mi apre la mente, mi fa pensare molto, in quei momenti mi passano per la mente immagini molto vivide, costruisco cose, nuove realtà, ho nuove intuizioni.
Prendo in prestito i colori della natura, li frammento, scompongo e ricompongo, alcune parti appaiono come i pixel di un’immagine fotografica ingrandita, un’indagine sul micro cosmo. In realtà parlo di atomi, tasselli, quantum, del legame con il Tutto, della materia che non perisce ma si trasforma in altro.
Negli ultimi 20 giorni prima dell’opening di Entanglementpresso la Loom Gallery di Milano, ho lavorato anche 16 ore al giorno. La notte intrecciavo e il giorno cucivo.
È stato un periodo molto “elettrizzante”.
A volte è capitato che mio marito abbia acceso la luce e mi abbia detto: «Stai cucendo al buio, non te ne sei resa conto».

 

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YOG: La meccanica quantistica è forse la branca, tra quelle sperimentalmente verificate, più bizzarra della fisica. Può essere considerata il corrispettivo nella scienza di Alice nel paese delle meraviglie (tanto da aver ispirato Robert Gilmore con la celebre variazione Alice nel paese dei quantiNdR).
Hai tratto ispirazione da testi, magari fantascientifici, per questo tema?
VDM: In realtà questo progetto è ispirato inizialmente alle teorie di Epicuro, all’atomismo e si ricollega poi alla meccanica quantistica, presa da me come spunto “filosofico”, affascinata da quei sui tipici meccanismi non deterministici: metafore di vita. Attraverso i materiali e la tecnica di realizzazione di queste opere, analizzo simbolicamente le capacità reattive che gli esseri umani mettono in gioco di fronte a eventi inesplicabili e il collegamento con il Tutto. Per me la vita è la somma delle scelte che si fanno quotidianamente, credo fortemente nella facoltà dell’uomo di incanalarla e portarla dove vuole, credo nella determinazione, nei percorsi prestabiliti, nella causa effetto degli eventi, ma è anche vero che esistono gli imprevisti, le ineluttabilità e la rottura di certi schemi che rendono più esaltante, affascinate e a volte anche inquietante il nostro stare sulla terra. Per questo mi avvalgo quasi sempre di materiali che non mi permettono di avere su di essi una padronanza totale.
Questo lavoro è basato sulla simbiosi tra me e la materia, sulla sua risposta ai miei input, lasciando però una percentuale di margine alla sua imprevedibilità e indomabilità.

YOG: Noto che nel tuo percorso artistico il connubio tra arte e scienza è una costante – ricordo ad esempio la tua mostra legata alla teoria dell’Entropia al Museo d’Arte di Lugano – che scaturisce innanzitutto dalla scelta e lavorazione dei materiali e tecniche impiegate. Cosa ti affascina di questo rapporto?
VDM: Nei miei lavori/progetti parlo della quotidianità, di ciò che io reputo importante e questo sta in tutto ciò che in qualche modo “tocchiamo” e che ci “tocca” sotto diversi punti di vista e avendo un corpo materico e una coscienza, la scienza non può esserci estranea.
Il protagonista del progetto al Museo di Lugano era il cibo e la ciclicità, il trasformarsi della materia in altro, il nutrimento primario, posto su una tavolata di 15 metri per due mesi sotto gli occhi di tutti. In Entropia parlavo di scienza, è vero, di uno dei fenomeni che abbiamo costantemente sotto agli occhi, ma nella realizzazione formale decisi di fare anche un omaggio a Gabriel Garcia Marquez e al suo Cent’anni di solitudine.
Ricordo il capitolo in cui Rebeca mangiava la terra.

 

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Questa immagine non mi fece dormire la notte, rimasi con gli occhi fissi a pensare a Rebeca che mangiava la terra, che cercava di compensare le sue mancanze prendendo nutrimento della Madre Terra. Una persona che mangia la terra! Era diventata un’immagine fissa nella mia mente.
Per questo motivo la misi nei piatti e ci infilai dei semi.

YOG: Si accennava poco fa alla tecnica. Ti va di raccontarci come procedi nella realizzazione di queste tue opere?
VDM: Utilizzo diverse tipologia di carte chimiche e diverse emulsioni. Le carte vengono tagliate e intrecciate, poi dipinte in camera oscura con l’ausilio principale di sostanze chimiche attraverso pennellate, immersioni, sovrapposizioni e variazioni di temperatura delle stesse e dei tempi di esposizione, poi vengono fissate, lavate e lasciate ad asciugare. In fine assemblo nuovamente il tutto come tasselli perfettamente combacianti e li cucio insieme.

 

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© VALENTINA DE’ MATHÀ | Entanglement (back)

 

YOG: Ultima domanda, la classica, di rito: progetti futuri? Ti va di svelarci qualche notizia in anteprima?
VDM: A questa domanda rispondo sempre che i miei progetti più concreti sono quelli di lavorare a cose nuove, poi il resto viene da se. Comunque a marzo sarò ad Art on Paper di New York con la galleria Randall Scott Projects di Baltimora con la quale ho appena esposto a Miami Project e con cui ho altri progetti in cantiere, nel mentre ricordo che Entanglement, presso la Loom Gallery di Milano, sarà visibile fino al 16 di gennaio ed è assolutamente una mostra imperdibile!

 

YOG your own guide

by Alessia Ballabio

December, 12, 2015

http://www.yourownguide.com/entanglement-intervista-a-valentina-de-matha/

 

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