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photo by Sonia Ritondale

Maria Savarese: Sei nata ad Avezzano, poi ti sei spostata a Roma dove hai studiato all’Università La Sapienza, “Scienza della Moda e del Costume”, approfondendo contemporaneamente lo studio della scultura, fotografia, sceneggiatura cinematografica e incisione.

Cosa hai conservato di quegli anni nel tuo percorso successivo?

Valentina De’ Mathà: Uno dei tanti insegnamenti preziosi di mio nonno materno e di mio padre è quello di apprendere e saper fare molte cose e bene.

Tutto quello che ho imparato e che continuo a imparare serve a dar consistenza alla mia ricerca di vita.

Ho studiato sceneggiatura cinematografica, anche se i miei video parlano di suoni, rumori, odori e immagini senza voce.

La mia pittura è istintiva, veloce, immediata, eppure ho studiato cinque anni di iperrealismo.

Tutto quello che ho fatto e che faccio serve ad arricchire il mio percorso, ma anche a capire meglio cosa voglio e dove voglio andare.

Tutto torna sempre utile in un modo o nell’altro, anche se in forme diverse.

 

MS.: A Roma sei stata assistente di un noto artista, come ti ha influenzata quell’esperienza?

VDM: Non sono stata una vera e propria assistente, è stato un incontro e uno scambio durato un breve lasso di tempo, assolutamente tra i più preziosi e rilevanti che io abbia mai vissuto e che custodisco gelosamente.

Ero molto ricettiva a ogni suo input. Ogni cosa, ogni parola erano dei forti stimoli che mi aprivano mondi nuovi e che esploravo con le pupille dilatate e la determinazione di un animale.

Mi ha caricata di forte energia ribaltando completamente il mio stile di vita.

Tutto è diventato possibile e tutto è diventato più limpido.

Cambiando la mia vita e le mie abitudini è cambiato radicalmente anche il mio lavoro e, la forma espressiva che mi aveva avvicinata a lui poi, paradossalmente, è diventata completamente estranea e lontana da me.

Quello che mi ha insegnato è stato importante umanamente, a prescindere da come lui me l’abbia insegnato e da come io l’abbia appreso.

Quando penso a lui penso alla sua energia più che alla sua arte.

Quello che sono e sto divenendo è la somma degli incontri e scambi che ho vissuto e che vivo e questo è stato uno dei più importanti.

 

MS: Ci sono state delle persone che ti hanno supportata nella ricerca del tuo talento, che ti sono state da stimolo?

VDM: Sì, moltissime, ma senza saperlo, sono io che ho catturato ciò che mi nutriva e stimolava.

 

MS: Quale artista ha influenzato in qualche modo il tuo immaginario, la tua ricerca? Chi è il tuo prescelto se dovessi fare un nome…

VDM: Non ho mai avuto dei veri e proprio punti di riferimento, mi capita semmai di apprezzare alcuni progetti, alcune opere singole, o più nello specifico, l’energia che una determinata Opera emana, che sia musicale, visiva, tattile, olfattiva, sonora… non ha importanza.

La mia ricerca si nutre del quotidiano.

Le persone, la Terra, gli incontri, i cambiamenti del corpo, i tempi… sono questi i miei punti di riferimento.

 

MS: Quali i tuoi registi preferiti?

VDM: La poesia e l’arte pura di Andrej Tarkovskij.

 

MS: L’ultimo libro che ti ha rapita?

VDM: Mi interessa la cultura latina in generale, dalla musica, alle tradizioni, al cibo, i colori… la scrittura di Gabriel Garcia Marquez rimane una delle cose più belle e visionarie che io abbia letto, ma credo che uno dei libri che abbia sentito più intimamente mio è “L’insostenibile leggerezza dell’Essere” di Milan Kundera.

 

MS: Spazi dalla pittura, alla scultura, dall’ installazione al video: quale di questi media senti a te più congeniale, quello che meglio riesce a veicolare il tuo “sentire” in questo momento?

VDM: In genere parto da un concetto, scrivo una stesura iniziale e poi comincio a elaborare il progetto e a realizzarlo con il media o i media più appropriati.

Lavoro tutti i giorni tutto il giorno e lo faccio con estrema passione e impeto, ma anche in modo lucido.

Quando abbiamo deciso di rivoluzionare il progetto che avevo inizialmente studiato per questa esposizione da e incentrare tutto sulla pittura ho cominciato un po’ a vacillare.

Non mi sono sentita insicura ma vulnerabile, in qualche modo emozionata.

La pittura ha bisogno di tempi diversi, di energie diverse, di grandi conflitti e intimità.

Con la pittura non riesco a essere completamente distaccata perché mi destabilizza e, contemporaneamente, mi rende fortemente energica. È la parte più “animale” di me e attraverso la quale mi guardo allo specchio.

 

MS: Dinamismo, metamorfosi, mutamento, sono alcuni nuclei concettuali intorno ai quali ruota la tua ricerca artistica, forme in divenire. Non sei interessata alla forma chiusa, determinata una volta per tutte, bensì alla capacità metamorfica che la stessa acquisisce nel tempo. Quale importanza ha la dimensione temporale nei tuoi lavori?

VDM: La mia ricerca è basata sulla simbiosi tra Uomo, Natura e Mutamento e sulla Causa-Effetto degli eventi.

Mi interessa il comportamento dell’uomo di fronte all’imprevedibilità delle circostanze ineluttabili o causate da egli stesso e, di conseguenza, le sue instabilità emotive e reazioni di fronte agli imprevisti e ai mutamenti improvvisi e inevitabili.

Non escludo le forme chiuse, basta che abbiano delle linee curve.

Mi piace aprire parentesi veloci ascoltando i tempi lenti della natura.

 

MS: Ma veniamo a questa tua prima personale napoletana che è conseguenza della tua partecipazione al Premio Internazionale Arte Laguna.

Innanzitutto raccontami la tua esperienza nell’ambito di questa partecipazione.

VDM: Ho partecipato con un’installazione intitolata “L’Uomo che Piantava gli Alberi”, un progetto tratto dall’omonimo racconto di Jean Giono. Una parabola sulla simbiosi tra Uomo – Natura e Mutamento, i tre punti fondamentali su cui è basata tutta la mia ricerca artistica, incentrato su un incondizionato e sconfinato gesto di amore, generosità e immutabile costanza.
Il progetto è stato selezionato per far parte dei finalisti e, durante la serata di premiazioni presso le Nappe dell’Arsenale di Venezia, mi sono stati conferiti due premi speciali da Amy-d Arte Spazio di Milano e Dafna Home Gallery di Napoli.

 

MS: Tra i lavori presenti in questa mostra dal titolo Corpi Rossi hai scelto di presentare l’installazione a parete Untitled #09.

Un’opera ottenuta grazie alla manipolazione della carta Nepalese.

Perché hai scelto proprio questo materiale? Per te cosa rappresenta? Quali sono le sue caratteristiche?

Come si accorda con i lavori in acquerello?

VDM: Il 90% del mio lavoro è incentrato sulla carta.
Spazio dalla carta di cotone a quella Nepalese, a quella emulsionata, dipende da quale mi permette di risolvere al meglio il progetto.
In questo caso sulla carta di cotone bianca ho dato forma alle linee dei corpi e alla loro carne attraverso l’uso del colore, la carta Nepalese invece ha già in sé infinite striature e particolari che sono in grado di simulare la pelle del corpo umano. Nell’installazione Untitled #09 la parete è il foglio bianco e con la stoffa e la carta Nepalese ho tirato fuori tridimensionalmente quello che ho rappresentato con l’acquerello sulla carta di cotone.

Lo sfondo non fa parte di una narrazione, preferisco non dare dei riferimenti precisi, ma pongo il corpo al centro dell’universo affinché ottenga maggiore potere.

 

MS: Il caso e l’imprevedibilità giocano un ruolo determinante nella tua prassi artistica, o procedi in maniera controllata, sai già aprioristicamente cosa otterrai, e quel che ottieni poi coincide perfettamente con ciò che avevi in mente?

VDM: Questo lavoro è basato sulla simbiosi, lo scambio e il dialogo tra quello che io posso dare alla materia (lo stimolo) e quello che la materia può darmi di risposta.

Causa – Effetto.

Una goccia di colore che cade su un foglio bagnato si propaga creando degli schemi frattali che si susseguono l’un l’altro e che a volte si schiantano in forze opposte e si scompongono diversamente, altre volte ancora stagnano fino a creare delle corrosioni, delle cicatrici, dei segni, delle cancrene.

La vita di ogni essere umano ha delle tappe prestabilite: nascere, mangiare, camminare, parlare, crescere…

A me interessano gli imprevisti, la causa-effetto degli eventi, la rottura di questi schemi frattali, ciò che si trova tra due punti fissi in movimento.

 

MS: Quale distinzione c’è tra caso e casualità?

VDM: In spagnolo ci sono 2 modi per definire il “Caso”.

La parola “causalidad ” si riferisce a qualcosa che in qualche modo viene indotto da noi (Causa-Effetto), quindi, paradossalmente, la vera casualità è nulla.

Con la parola “Azar” invece viene definito qualcosa di ineluttabile.

Evidentemente il mio lavoro è incentrato sulla prima definizione.

La seconda mi terrorizza.

 

MS: Perché per i lavori che qui presenti, hai scelto la tecnica dell’acquerello ed il rosso? Che tipo di colore specifico e il perché di questa scelta?

VDM: L’acquerello perché è strettamente legato al concetto di casualità e mutamento,

il Perylene Maroon e il Rosso d’Oriente per avvicinarmi il più possibile al sangue e alla carne dei corpi.

 

MS: questi corpi sono senza testa. Sfaldati, amputati, deformi ma vibranti di energia. Per te cosa rappresentano?

VDM: Sono come degli involucri che racchiudono una miriade di informazioni e di input, come degli Haiku che concentrano un’infinità di significati attraverso un procedimento formale apparentemente essenziale.

I corpi che si contorcono sono solo la conseguenza di ciò che la mente gestisce.

Queste gestazioni, questi ventri gonfi, sono semplicemente la cristallizzazione di un processo, e dire qualcosa intorno all’anima è dire qualcosa di profondo sul corpo.

Siamo quello che facciamo, processi.

 

MS: Quand’è che decidi che un’opera è finita, e non continui a lavorarci con la materia, con il colore, per non rischiare di cesellare eccessivamente e quindi, appesantire…

VDM: Non esiste un momento preciso, definito, è lei che te lo dice.

A volte però non puoi fare a meno di non continuare a lavorarci su fino a “cesellare” la carta, fino a vedere cosa succede quando decidi di spostare il tempo. Come in un rapporto interpersonale o come quando si spinge se stessi oltre per vedere cosa succede e come ci si sente. A volte i risultati sono sorprendenti.

 

MS: Questi lavori mi ricordano gli acquerelli di Schiele, deformi, imperfetti, vibranti, intensi; così come certa pittura cinese, secondo la quale il tratto, la forma, la figura devono riuscire subito al primo gesto, per non rischiare di compromettere il fragile supporto, per cui essa è concisa, immediata, densa.

Quale rapporto hai con il pensiero orientale?

 

VDM: Ascolto molto il mio corpo e la natura delle cose che mi circondano.

Cerco di assecondare i giusti tempi di ogni cosa. Credo nel divenire delle cose, nel percorso naturale delle cose, anche se a volte creo delle fratture, degli scontri o sovrapposizioni infilandomi dentro ad alcuni percorsi dando vita a qualcosa di nuovo attraverso una visione dialettica

 

MS: Un progetto ambizioso che ti piacerebbe realizzare?

VDM: Moltissimi!

Ho quaderni interi di progetti già studiati nei minimi particolari e che continuo a elaborare.

Usciranno fuori quando sarà il tempo giusto.

Uno di questi lo realizzerò la prossima primavera durante la mia personale presso la Limonaia di Villa Saroli del Museo D’Arte di Lugano.

 

MS: Perché sei andata a vivere in Svizzera?

VDM: Perché avevo voglia di vivere altro e perché ho sposato un fotografo svizzero,

 

MS: Quale pensi sia la funzione dell’arte oggi? E quale la funzione dell’artista?

VDM: Mi piace citare Tarkovskij che diceva che il compito dell’Arte è quello di spiegare a se stessi e a chi ci sta intorno perché vive l’uomo, qual è il significato della sua esistenza, o, se non di spiegarlo, quantomeno di porre loro delle domande. La funzione dell’arte consiste nell’idea della Conoscenza, dove la percezione si esprime nella forma dello svolgimento, della catarsi.

 

MS: Se dovessi scegliere tre parole che possano descrivere il tuo modo di stare al mondo?

VDM: Pancia, Terra, Me Stessa.

 

Maria Savarese

 

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