Visiti la collettiva Fame di terra negli spazi espositivi di Amy-D Arte Contemporanea e pensi a Joseph Beuys. A quel valore politico, nel senso originario del termine, che è il valore aggiunto di un’esperienza artistica. Che non si ferma all’approccio con l’opera fatta e finita, sia essa un oggetto bidimensionale, tridimensionale, un video o una performance, ma la supera a partire da essa e per mezzo di essa, essendo l’oggettivazione di un pensiero complesso che utilizza il linguaggio dell’arte visiva per farsi percepire sensibilmente.

L’arte può essere “impegnata” oppure no. Paradossalmente, l’approccio metateorico – cioè critico – all’esperienza artistica ha da essere avalutativo:  tutte le produzioni artistiche stanno sullo stesso piano e gli scatoli di Andy Warhol non sono meno importanti della video installazione Terremoto in palazzo di Joseph Beuys. Differenti approcci al contemporaneo, tutto qui. Lo stesso raffronto vale, per parlar dei vivi, fra  la produzione di un Alfredo Jaar e  una qualsiasi mostra da Francesca Minini. Perché l’arte è sempre contemporanea, per chiosare l’impopolarissimo – almeno qui, nel piccolo  mondo antico dell’arte contemporanea –  Littorio Sgarbi.

Tutta l’arte parla a noi di noi, perché l’arte è fedeltà al presente (e, nel caso dei superdotati, preconizzazione del futuro). Se così non fosse, sarebbe  una pratica autoreferenziale e a noi, degli egotisti, non ce ne frega un cazzo.

La collettiva in corso da Amy-D  risponde a un quesito che solo da pochi anni si fa strada nel dibattito politico e in senso lato culturale: dopo il boom dell’economia globalizzata, che fare?, come disse il compianto Lenin. Le risorse, finanziarie ma anche naturali, non sono inesauribili e per evitare l’assalto alla diligenza  una strategia da seguire potrebbe essere quella suggerita recentemente dal sociologo  Mauro Magatti. Il quale parla specificatamente della terra nell’era della tecnica – la famigerata tecnica con cui Martin Heidegger non fu certo tenero – intesa come comunità culturale che ricompone la tecnica con la cura dell’umano, il dinamismo dell’economia con lo sviluppo sostenibile,  l´efficienza con l´affettività, la crescita con il limite (che è il limite determinato dalla libertà di tutti, ça va sans dire). Il punto della situazione è insomma questo: nel  contesto di una crisi  – e in sé la crisi denota trasformazione, cambiamento – urge una nuova produzione di valore che trascenda l’aspetto meramente economico, per  fermarsi su quello che, in un mondo aperto e dinamico, è invece il bene comune. Scrive Mauro Magatti:

«Nel mare tecnico la terra “emerge” là dove si rende di nuovo possibile la vita umana associata, mettendo la tecnica al servizio dei suoi abitanti» (La Repubblica, 23 maggio 2012)

Del resto, come disse Henry Ford, idealtipo del padrone delle ferriere:

«It is well enough that people of this nation do not understand our banking and monetary system, for if they did, I believe that would be a revolution before tomorrow morning».(Se il popolo comprendesse il nostro sistema bancario scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina).

Fame di terra è dunque una collettiva che risponde in pieno a un’urgenza pressante del contemporaneo e ciascuno degli artisti coinvolti nel progetto ha fornito il proprio mattone per edificare quella che è non una protesta ma una proposta, secondo la specificità e l’originalità di ognuno dei mezzi espressivi individuati e singoli utilizzati. Fra le opere in mostra –  e senza con ciò stesso mancar di rispetto ai non citati: la critica sarà pure avalutativa, ma è fatta anch’essa di carne e sangue – vale sicuramente la pena segnalare la proposta di Lisa van Bommel, fatta di elementi organici e inorganici (filo e agave) che come un telaio si dipanano sulla parere dello spazio espositivo ricordando per certi versi le sperimentazioni di  Christiane Löhr con le sue crine di cavallo, e quella di Daniele Salvalai, che usando ferro, terra e legno ha realizzato un’installazione che ci fa riandare col pensiero a Mp & Mp Rosado. Per non parlare di Valentina De’ Mathà, autrice di un’installazione a parete in cui microcosmo e macrosocmo si fondono in un’unica opera, e di Emanuele Magrì, che nel suo apparato iconografico interpreta in maniera scanzonata il mainstream relativo alle derive delle pratiche transgeniche odierne.

Una mostra coraggiosa, con opere non facili e nella più parte dei casi “impegnative”, diciamo, destinate a una collocazione museale o aziendale piuttosto che alle stanze di un appartamento privato. Del resto, l’arte in sé, come la filosofia, mica è un pezzo facile.

Lisa van Bommel, Valentina De’ Mathà, Alberto Gianfreda, Emanuele Magri, Antonio Piga, Ri Ren, Daniele Salvalai, Federico Unia, Cyryl Zakrzewski – Fame di Terra. Riflessione a più mani
Progetto economART di AMY d arte spazio & Laboratorio Alchemico – Milano
dal 7 giugno al 21 luglio 2012

di Emanuele Beluffi

10/07/1012

http://www.artslife.com/2012/07/10/fame-di-terra-da-amy-d-arte-spazio/

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